Tralasciando il nome del paese che tanta ilarità ci ha procurato (specialmente a Benoit, che si preoccupa di mimare la sua immaginazione ogni volta che il luogo era nominato). Scendiamo di altri 600 metri nell’arco di 34 km, quasi interamente all’inizio della giornata. La camminata permane piacevole fino all’arrivo a Ponferrada, dove Alfonso si fermerà per aspettare alcuni amici. Addio all’interprete. Sarà sostituito la sera da Cina (Gina?), una ragazza coreana così ribattezzata durante uno scambio in una famiglia australiana dove la madre là trovò il suo nome vero troppo difficile.
Nel frattempo il cielo decide che siamo stati fortunati troppo a lungo e che è il momento di fare scendere su di noi un po’ d’acqua. Arriviamo così a Cacabelos, in un albergue municipale costruito intorno ad una chiesa che ha 35 stanze doppie. Mi ritroverò a condividere la mia con Benoit. Preoccupato dal fatto che i panni lavati non asciugheranno, mi dirigo a cena con il resto del gruppo. Menu del pellegrino in un ristorante che era praticamente accanto all’albergue ma che Adam impiega un’ora a trovare (“ricordo di averne passato uno per questa via…”). Per me cozze, churrasco e tarta de queso. Sarò l’unico a essere soddisfatto della cena (ma anche l’unico a aver fatto questa scelta, in tanti hanno preso una zuppa di verdura senza la verdura).
Rimpiango di non avere visto in chiesa il Gesù bambino che gioca a carte indicato nella mia guida e mi addormento.
