Avendo deciso di arrivare a Santiago il 13 del mese (e avendo già l’aereo fissato per il 18), le tappe si allungano. Restano infatti circa 140 km da coprire e quattro giorni per farlo. L’idea, sottoscritta da il resto del gruppo presente la sera prima, è quella di camminare poco più di 30 km nei prossimi tre giorni e fare la botta finale di oltre 44 per arrivare a Santiago. Una volta che l’obiettivo sarà vicino, sarà più facile convincersi ad andare avanti (anche se l’obiettivo vero e proprio è Finisterre, che senso ha definire Santiago un obiettivo se non ci si ferma?).
Solita sveglia poco dopo le sei e colazione. Alle 7.10 Adam, Cina e io siamo pronti per uscire da un quarto d’ora circa, mentre Daniele e Didi dormono ancora nell’altra camerata. Un rapido saluto a Helmut e ci avviamo senza svegliarli (in fondo Daniele ha la sveglia nel telefono e se volesse potrebbe usarla). Cina trova in me un secondo studente di coreano dopo Adam. Imparo parole utilissime quali “appa” (dolore), “tuajo” (aiuto) e “casa, goma!” (andiamo piccoletta). Non ricordo con certezza se “folle coreana” sia “bicchasa angyohin” e ho del tutto dimenticato “sto per morire”, purtroppo. Scopro anche che Cina in realtà si chiama Gina e il nome non sembra più uno scherzo. Resterà presto indietro. Io e Adam proseguiamo invece col passo di due ragazze irlandesi, Adrianne e Ester, con cui riusciamo a sbagliare strada e ad attraversare completamente un villaggio prima di trovare una freccia che punta nella direzione da cui siamo venuti e tornare indietro (e ritrovare Gina che riperderemo a breve). Non abbiamo perso molto tempo, per fortuna. Camminiamo in quattro fino a Sarria, scoprendo che a quanto pare in Irlanda l’essere infermiera è una professione molto diffusa fra le ragazze (ne ho conosciute 4, due fanno l’infermiera e di due non so la professione). Sarria è l’ultima città degna di questo nome durante il cammino di oggi e, sapendo che l’albergue di questa sera ha la cucina, io e Adam decidiamo di fare la spesa per la serata nel mentre le ragazze vanno alla ricerca di un internet cafè. Troviamo un supermercato ma perdiamo il cammino. Girando un po’ a caso per la città con scorte alimentari per 8 persone nello zaino e chiedendo ai passanti riusciamo a ritrovare la via (e un internet cafè). Usciti dalla città ci fermiamo per pranzo al primo spiazzo disponibile e lì troveremo Mark, il tedesco, che ha avuto la nostra stessa idea per quanto riguarda il proprio pasto. Ci racconta anche che arrivare a Santiago la sera tardi non è il massimo, visto che la messa dei pellegrini è alle 12. Pace, tanto il 17 sarò a Santiago nuovamente nei miei piani. Nel mentre salutiamo Mark ritroviamo le due irlandesi, che si sono perse in Sarria senza trovare un internet cafè. Scopro anche che per loro lo yoghurt gratuito era disgustoso (Adam aveva già parlato di che affare era stato l’acquisto del suo cappello). Adrianne e Ester si fermeranno però al villaggio successivo nel mentre io e Adam avanziamo passo dopo passo per raggiungere Ferreiros e il termine della tappa che avevamo deciso la sera prima. Senonché io e l’inglese ci perdiamo fra le chiacchiere e manchiamo una freccia, prendiamo una svolta a caso e seguiamo uno stradone per un paio di chilometri, fino a che una coppia di signore in macchina accosta e ci fa capire, in una delle solite discussioni italo/spagnole, che la via è sbagliata e che dobbiamo tornare dove c’era un bar. Argh. Detto questo si allontanano mentre noi ci voltiamo e cerchiamo la forza di riaffrontare la via appena percorsa. Duecento metri più avanti le signore accostano di nuovo e ci offrono un passaggio fino al punto dove abbiamo perso il cammino.
Mi volto verso Adam: “È barare?”.
“Abbiamo fatto due chilometri e rotti in più di chiunque altro, direi che va più che bene”
La risposta ha un suo senso e inoltre siamo geograficamente fuori dal cammino. Accettiamo quindi la gentile offerta delle signore che in un paio di minuti ci riportano laddove eravamo una mezz’ora prima. Arriveremo a Ferreiros per ultimi, salutando il resto del gruppo che ci vede arrivare dalle finestre dell’albergue e che pensava fossimo andati ben oltre, avendo noi lasciato Triacastela tra i primi e non avendo incontrato nessuno per la via. Entriamo quindi nell’albergue e la hostelera ci chiede “Quanti siete?” “Due.” “Ho solo un letto libero.”
Rapido scambio di occhiate fra me ed Adam e la decisione di camminare altri 9 km fino a Portomarin. Ovviamente sotto l’acqua come in tutti questi recenti giorni. Adam avverte Didi dalla finestra dell’albergue in modo telegrafico: “Hanno un posto solo, andiamo alla prossima città. Ciao.”
Arriveremo a Portomarin alle 18.30, dopo esserci persi lievemente per la quarta volta nello stesso giorno. Non avevo mai sbagliato strada in 25 giorni, oggi la perdo quattro volte, bah. In un bar di Portomarin, andando in cerca di un buon posto per cenare, incontriamo nuovamente Davi (pronuncia Habi), uno di quelli a cui abbiamo offerto la pasta la sera prima. Ci mettiamo a chiacchiera e scopriamo che questo spagnolo 60enne che somiglia un po’ a Babbo Natale è capace di macinare 40/45 km al giorno, tutti i giorni ed a una velocità di 6 km/h. Chapeau.
Dicendo “Sono sicuramente il più ricco a questo tavolo” ci offrirà anche la cena, perché nonostante io e Adam si abbia cibo per 8 nello zaino e l’ostello abbia la cucina, hanno deciso di non tenere le pentole per costringerti ad andare al ristorante. Ristorante che offrirà un menu del pellegrino a base di caldo gallego, salmone e tarta de Santiago, una torta di mandorle. Ritorniamo all’enorme albergue che ci ospita, che per fare entrare più gente possibile risparmia spazio accoppiando letti a castello e creando così letti a castello matrimoniali. Dopo i 42+3 km di oggi, siamo 10 km avanti rispetto al mio piano, domani si potrebbe fare più breve dopo questa sfacchinata.
